mercoledì 15 gennaio 2014

Perché usiamo i modi di dire?

Di Patrick Bini


La nostra cultura orale è ricca di proverbi e modi di dire che solitamente vengono citati per far intendere immediatamente al proprio interlocutore un concetto che invece avrebbe bisogno di una lunga esposizione. L’utilizzo di traslati metaforici ha la potenza “magica” di accendere immagini ed emozioni nell’uditore, che vanno ben oltre la semplice comprensione letterale dell’enunciato. Gli esempi sono molteplici, ma i modi di dire che ritengo più affascinanti sono quelli che scaturiscono da eventi storici realmente accaduti e che vengono sintetizzati con poche parole. A differenza del proverbio, che incorpora in se il senso di quello che intende spiegare, il modo di dire legato ad eventi storici, si è mantenuto vivo grazie alla cultura popolare tramandata oralmente di generazione in generazione, proprio per non dimenticare e cadere in errori che hanno fatto altri prima di noi. Tra i più più famosi c’è ad esempio
la celebre frase pronunciata nel 49 a.c sulle sponde del Rubicone da Giulio Cesare  “Alea iacta est” il dado è tratto, che sta ad indicare una decisione che una volta presa non è più controvertibile.

Uno di quelli che preferisco sia per la storia che c’è dietro che per il senso che acquisisce è “per un punto Martin perse la cappa”. 
Questo modo di dire viene erroneamente usato quando si perde per poco, ad esempio giocando a carte, a bocce, a freccette. Invece la sua accezione è ben diversa. 
Martino era abate del monastero di Asello nel XVI secolo. Un giorno decise di apporre sul portale principale un cartello di benvenuto che recitasse: 
"Porta patens esto. Nulli claudatur honesto" 
cioè 
"La porta sia aperta. A nessuna persona onesta sia chiusa".
La poetica frase fu però storpiata dall’incisore che mise il punto dopo la parola nulli anziche' dopo esto, trasformandola in:
"Porta patens esto nulli. Claudatur honesto" 
cioè
 "La porta non sia aperta a nessuno. Sia chiusa alle persone oneste".
In seguito a questo errore Martino fu sollevato dalla carica di abate, perdendo cosi' la cappa, cioe' il mantello che era simbolo di tale carica. 
Il suo successore, in memoria dell’errore, fece correggere l'iscrizione errata, completandola con la frase:
"Uno pro puncto caruit Martinus Asello"
cioè
 "Per un unico punto Martino perse Asello" 
che il corrispondente latino dell’attuale modo di dire.
Quindi la morale è che anche le piccole cose fanno una grande differenza nel risultato finale.
E’ interessante notare come concetti identici vengano incastonati nella cultura di ogni popolo rispecchiando il proprio lignaggio storico. Ad esempio nella la cultura cinese, fortemente legata alle proprie antiche radici, vengono utilizzati moltissimi modi di dire, talmente integrati nella cultura, che anche conoscendo a menadito la lingua, non riusciremmo a comprendere, senza conoscere i retroscena storici. Per fare un traslato, il concetto che noi riassumiamo con “il dado è tratto” che abbiamo visto sopra, in Cina viene riassunto con le parole “qí hǔ nán xià”, letteralmente “se si cavalca una tigre è difficile scendere”. A noi questa frase suggerisce poco o nulla, ma solo perché non sappiamo cosa cela...
Al tempo dell’imperatore Cheng della dinastia dei Jin Orientali, un generale sollevò l’esercito in rivolta contro la casa imperiale e attaccò con una divisione la capitale Jiankang. Allora il cancelliere Wen Jiao organizzò le armate alleate per sopprimere la ribellione. 
Nelle prime fasi del conflitto, le forze alleate persero ripetutamente il controllo di alcune vie strategiche e a un certo punto l’esercito si trovò a corto di rifornimenti di cibo. In questa situazione, il comandante in capo dell’esercito, che si chiamava Tao Kan, era molto preoccupato e con rabbia si rivolse a Wen Jiao dicendo: «Quando tu mi hai fatto mobilitare l’esercito, hai detto che tutti i preparativi erano stati già completati in maniera appropriata. Adesso, fra poco la battaglia avrà inizio e le scorte sono finite, se non è possibile far arrivare dei rifornimenti al più presto, sarò costretto a ritirare le truppe.»
Wen Jiao allora rispose: «Fin dall’antichità, per vincere le battaglie bisogna che come prima cosa si uniscano le forze al proprio interno. In questo momento il mio esercito è a corto di viveri, in una situazione critica, ma se ci ritirassimo subito, non solo ci riderebbero dietro ma renderemo l’esercito dei ribelli ancora più arrogante e aggressivo. La nostra scomoda situazione attuale è come quella di un uomo che cavalchi la groppa di un animale feroce, per non essere uccisi dalla bestia non si può in nessun modo scendere a terra. Così noi possiamo solo resistere e andare avanti fino in fondo!»
Tao Kan si fece convincere dalle parole di Wen Jiao e condusse l’esercito in guerra con tutte le forze e il coraggio possibili, riuscendo così infine a sconfiggere le armate ribelli.
In seguito, la frase di Wen Jiao “cavalcare una bestia feroce è più sicuro che scendere” si è trasformata diventando il chengyu “se si cavalca una tigre è difficile scendere”. 
Il modo di dire, come il proverbio e in modo forse più sottile la metafora e l’aforisma, sono talmente evocativi da consentire, non solo di comprendere immediatamente un concetto, ma di vivere immediatamente l’emozione che intende suscitare.

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